Un’affascinante coppia di picchiotti dorati

La produzione di picchiotti da porta in bronzo ha in Italia radici molto antiche. Le classiche teste di leone con l’anello fra le fauci largamente presenti nel mondo imperiale romano sulla maggior parte delle porte degli edifici civili, avranno rinnovata fortuna anche nel Medioevo, campeggiando con valore simbolico ed ornamentale sui portali di tutte le più importanti cattedrali, e in versioni a volte anche complesse e spettacolari per merito di geniali maestri fonditori. Qualche secolo più tardi – in piena età rinascimentale – il picchiotto bronzeo verrà di nuovo portato a livelli estetici superlativi attraverso i celebri modelli disegnati e realizzati da grandi scultori veneziani, e ancora in seguito sino alla tarda età barocca e soprattutto nell’Italia settentrionale, questo genere di manufatto artistico riuscirà talvolta a raggiungere alte vette qualitative, come ben dimostrano i due splendidi esemplari qui presentati.

 

 

Questa speciale coppia di picchiotti si impone subito allo sguardo per l’elevata qualità formale. I corpi sono elegantemente modanati – secondo un disegno che di fatto è una variante elaborata del modello rinascimentale a forma di lira – e sono caratterizzati inferiormente dalla presenza di visi femminili in bassorilievo, avvolti da un panneggio chiuso sotto il mento con un nodo asimmetrico e cinti sui lati da volute spezzate e ricchi girali vegetali. L’eleganza compositiva della parte inferiore dei due picchiotti viene rimarcata e amplificata da piastre di fondo sagomate, che fungono da sfondo ai visi femminili, terminando in alto e in basso con due finali vegetali. Allo stesso modo, dietro lo snodo a laccio modanato – tradizionalmente posto in alto fra le volute della lira per consentire l’articolazione del picchiotto – appare una ricca piastra di fondo sotto forma di un elaborato cartiglio vegetale: una cosiddetta palmetta ‘esplosa’ tipica dell’ornamentazione rococó. Una delle qualità più esclusive di questi picchiotti è senz’altro quella di aver conservato una splendida doratura a fuoco su tutte le superfici esterne, che – sebbene oggi in parte consumata – salta immediatamente all’occhio e conferisce a questi manufatti un carattere particolarmente lussuoso, distinguendoli nettamente rispetto a vari altri esemplari formalmente analoghi in bronzo a patina scura e mai dorati.

 

Coppia di picchiotti in bronzo di Palazzo Dondini Ghiselli (1751-1753), via Barberia 23, Bologna.

Circa la loro provenienza, possiamo affermare con certezza che questa coppia di picchiotti in bronzo è stata realizzata a Bologna intorno alla metà del XVIII secolo. La sicura attribuzione alla città emiliana – in parte riconoscibile per un occhio esperto in quella grazia e in quell’equilibrata sobrietà che sono il frutto maturo dell’eredità classicheggiante e manierista di Pellegrino Tibaldi mediate attraverso la dolcezza dei Carracci – trova ineccepibile conferma anche per chiunque meno esperto abbia occasione di passeggiare oggi per le vie del centro del capoluogo emiliano, dove può capitare facilmente di avvistare sui portoni di edifici storici settecenteschi diversi picchiotti similissimi a quelli qui illustrati. Uno dei paragoni piú significativi è senz’altro offerto dalla coppia in bronzo a patina scura e pressoché identica alla nostra appesa sul portone principale di Palazzo Dondini Ghiselli: dimora nobiliare costruita su progetto attribuito ad Alfonso Torreggiani e ultimata entro il 1753, riferimento cronologico ovviamente molto utile anche per centrare la datazione degli esemplari in esame. Altri picchiotti col medesimo disegno sono inoltre conservati nelle collezioni del Museo Davia Bargellini, fra cui uno proveniente da Palazzo Hercolani.

 

A sinistra: Ubaldo Gandolfi, Studio per un picchiotto con delfini e mascheroni, penna e bistro, New York, Collezione privata.
Al centro: Ubaldo Gandolfi,
Studio per un picchiotto e altri elementi, penna e bistro, Parigi, Fondation Custodia (già coll. Lugt).
A destra: Ubaldo Gandolfi, S
dio per un picchiotto con sirene e mascheroni, penna e bistro, Milano, Castello Sforzesco.

L’origine bolognese dei nostri picchiotti dorati trova peraltro un’ulteriore, duplice e significativa conferma sul piano storico-artistico. Nel panorama culturale bolognese del ‘700 una delle famiglie di artisti più importanti e celebrate è certamente quella dei Gandolfi. Oltre ai due più noti fratelli Gaetano e Ubaldo, grandissimi disegnatori e pittori molto attivi in città, v’è anche un fratello maggiore, Rinaldo Gandolfi che pure opera in città in stretto contatto con gli altri due e che viene precisamente menzionato negli archivi come “costruttore di artistici picchiotti da portone”. E sono ben documentate le strette collaborazioni fra Rinaldo e i suoi fratelli, che disegnano teste scolpite destinate alla fusione in bronzo e disegni preparatori per oggetti metallici, tra cui alcuni specifici progetti per picchiotti: notevoli testimonianze che oltre a documentare in generale la netta integrazione tra arti figurative e arti applicate, caratteristica della cultura settecentesca, sono un interessantissima prova del coinvolgimento di artisti di grande rilievo persino nell’ideazione e realizzazione di picchiotti da porta. Dunque Rinaldo Gandolfi potrebbe essere verosimilmente stato l’artefice di questa coppia di picchiotti in bronzo dorato, e forse a partire dal disegno non di uno dei suoi fratelli ma di un altro artista.

 

Stefano Orlandi, Foglio con diversi disegni e ornamenti, 1730-50 (intero e dettagli),Venezia, Fondazione G.Cini.

L’ideazione iconografica dei nostri picchiotti potrebbe infatti essere riconducibile all’attività di Stefano Orlandi, pittore e quadraturista attivo tra Roma, Bologna, Milano e Brescia. Il confronto con alcuni suoi disegni databili tra il 1730 e la metà del secolo e i nostri picchiotti evidenzia affinità precise in particolare nelle palmette ariose, nelle volute spezzate e nelle testine velate con il caratteristico nodo del tessuto sotto il mento.

 

 

In ogni caso, la tipica delicatezza bolognese, influenzata dalla Francia tramite l’ambiente pontificio, emerge con grande chiarezza nei picchiotti qui presentati, che trovano – nell’adozione delle testine velate e nei cartigli vegetali – ulteriori raffronti interessanti nell’ebanisteria bolognese coeva, come ad esempio in due arredi conservati nella Pinacoteca Nazionale di Bologna: una raffinatissima console databile alla metà del Settecento e un tavolo parietale che mostra in forma rovesciata, lo stesso fogliame aperto dei nostri picchiotti.

 

A sinistra: Intagliatore bolognese, Console, c. 1750 (part.), Bologna, Pinacoteca Nazionale.
A destra: Intagliatore bolognese,
Tavolo parietale, c. 1750 (part), Bologna, Pinacoteca Nazionale.

I molteplici riferimenti culturali che sono stati ricostruiti intorno a questa coppia di picchiotti, la loro integrità e la ricercatezza formale, esaltate dalla sopravvivenza della doratura, concorrono complessivamente a sostanziare il valore storico e artistico di queste opere, che rappresentano perciò testimonianze significative dell’elevata qualità esecutiva e soprattutto del raffinato equilibrio tra funzionalità e bellezza, raggiunti a Bologna alla metà del XVIII secolo.

 

 

Rinaldo Gandolfi (Bologna 1718-1780), attr.
forse su disegno di Stefano Orlandi (Bologna 1681-1755)
Coppia di Picchiotti da Porta
Bronzo fuso, cesellato e dorato
Cm 18 x 36 h
Bologna, 1750 circa

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