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Un Giovane alla Biennale di Venezia del 1932

Un Giovane alla Biennale di Venezia del 1932

Questa bella testa in bronzo ritrae il figlio dell’artista in età adolescenziale. I capelli mossi, disposti su un lato, ricadono parzialmente sulla fronte. Lo sguardo in avanti e la bocca morbidamente chiusa trasmettono quella sensazione di innocente stupore, così caratteristica di quella giovane età. La superficie del bronzo, gentilmente increspata, ammorbidisce la luce richiamando quell’effetto impressionistico e scapigliato tipico di altri scultori contemporanei come Libero Andreotti, Italo Griselli e Francesco Messina. Ma qui, nella sua posa sicura e nello sguardo attento, si coglie il vitalismo e la potenzialità del giovane adulto, così apprezzate nei ragazzi di quegli anni, insieme a una bellezza efebica che richiama l’estetica classica. Baglioni e tutta la scultura italiana degli anni Trenta ricercano un rinnovato umanesimo proprio guardando all’antico.
Alla sua prima Biennale di Venezia, la 18ma edizione del 1932, Baglioni esponeva nella sala 19 due sculture, una delle quali è proprio quella presentata qui: lo attesta sia un’etichetta con il titolo dell’opera che ancora si trova incollata sotto la base originale, sia due fotografie realizzate in quell’occasione e oggi conservate all’ASAC (Archivio Storico dell’Arte Contemporanea, Venezia).

Umberto Baglioni, nato in Calabria (Scalea 1893), si trasferisce a Torino nel 1917, dove studia con Edoardo Rubino all’Accademia Albertina, inizialmente aderendo all’ambiente scapigliato e liberty della ricca e viva Torino di quegli anni, per poi avvicinarsi al Neoclassicismo romano. Elogiato già nel 1919 per “la capacità di raggiungere alte vette e di avvolgere l’opera con un velo mistico”, apre intorno al 1920 un proprio studio.
Partecipa alla Biennale di Venezia per sei volte a partire dal 1932; nel 1942 gli viene addirittura riservata un’intera sala dove espone undici sculture e la critica commentava: “Napoleone Martinuzzi e Umberto Baglioni respirano un’atmosfera più calma, vivono in un mondo più sereno, dove il sentimento è contenuto e dominato dal gusto; la loro Musa […] (è) Tersicore, musa dall’agile passo e dell’equilibrio difficile” (Le tre Venezie, 1942 p. 263).
Nel 1936 eredita la cattedra del suo maestro Edoardo Rubino all’Albertina, e nel 1937 dopo aver vinto un concorso tra 56 artisti, porta a compimento a Torino una delle sue opere più conosciute: la coppia di fontane con due grandi sculture in marmo rappresentanti il Po e la Dora, tipica espressione del Neoclassicismo novecentista.

Umberto Baglioni (Scalea 1893-Torino 1965)
“MIO FIGLIO”
Bronzo
1930 circa
Cm 16 x 24 h
Esposto alla XVIII Biennale di Venezia (1932), come da etichetta sottostante la base.
RIFERIMENTI: Enzo Le Pera, Arte di Calabria tra Otto e Novecento, Catanzaro 2001, p. 21; Marco Vallora, Dal divisionismo all’informale: tradizione, visionarietà e geometria nell’arte in Piemonte 1880-1960, Mazzotta 2011, p. 233.